Campo profughi trasformato in carcere


Qualche mese fa, a Lesbo, in Grecia, sbarcavano circa 3.300 persone al giorno. Una volta arrivate sull’isola, ancora bagnate per il lungo e faticoso viaggio, dovevano percorrere qualche chilometro che li separava dal centro di registrazione di Oxy. Seppur un gruppo di volontari li aiutasse nel viaggio facendo la spola in macchina, questo non era sufficiente e molti dovevano raggiungerlo a piedi.

Una volta giunti sul luogo, il loro viaggio non era finito ma dovevano ancora percorrere 70 km a piedi fino alla capitale dove venivano stipati nei centri accoglienza.

Per molte di queste persone, questa era ed è l’unica scelta: giovani scappati da luoghi di guerra e tortura, giunti fino a qui con traumi psicologici e segni di ferite su tutto il corpo, costretti di nuovo a soffrire, a aspettare ore e ore al freddo, nell'incertezza più totale.

Questa situazione nel campo di Moira, campo profughi dell’isola di Lesbo, ora presieduto dalla polizia, anziché migliorare è decisamente peggiorata. Inizialmente luogo di passaggio per i richiedenti asilo, in cui potevano ricevere ospitalità, assistenza e soprattutto un documento che permetteva loro la fuga dalla guerra, è diventato ciò che si può definire un ghetto. Più di un migliaio di persone rinchiuse in baracche, senza possibilità di muoversi, a cui vengono sequestrati cinghie e lacci per scongiurare il rischio di soffocamento.

Inoltre, a causa dell’accordo firmato il 18 marzo scorso fra UE e Turchia, molti di questi immigrati rischiano di essere rimandati in patria, quando avevano investito tutto ciò che avevano per sperare di poter vivere in un paese migliore. Già i primi rimpatri sono stati eseguiti nei giorni scorsi: 202 profughi, per lo più afgani e pachistani, sono partiti dalle isole di Lesbo e Chios accompagnati dalla polizia greca su imbarcazioni dirette verso le coste turche.

Vien da chiedersi se di fronte al grave dramma di tanti migranti l’unica risposta possa essere quella di girarsi dall’altra parte, di chiudere le porte e blindarle con il controllo dell’esercito, o non possa essere piuttosto quella di aiutare i Paesi che sono in prima linea e stanno prestando un generoso soccorso, attraverso la collaborazione di tutte le nazioni, distribuendo equamente i pesi. Ma per questo occorre puntare con decisione e senza riserve sui negoziati superando i propri egoismi.

#superpanda

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