PELLEGRINAGGIO A SREBRENICA E SARAJEVO

Dal 25 al 28 aprile abbiamo fatto, per noi, coppia con figli, 2 prime esperienze: quella di un pellegrinaggio e quella di un 4 giorni senza figli. A trascinarci in questa avventura sono stati Richy e Chiara che ci hanno informato di un pellegrinaggio a Srebrenica e Sarajevo organizzato da Don Giovanni. Il programma prevedeva una visita a Srebrenica, una cittadina della Bosnia, dove durante la guerra che ha insanguinato l'ex Jugoslavia nel luglio del 1995 si è verificato il peggior massacro in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, e una visita a Sarajevo che è stata città simbolo di quella guerra. Il gruppo che ha aderito a questo viaggio era composto da 29 persone provenienti da più realtà. Il tragitto per raggiungere Srebrenica è stato un po’ lungo….ma la serata che ci attendeva è stata un crescendo di emozioni e doni che non ci aspettavamo e che ci hanno fatto dimenticare la stanchezza del viaggio. Siamo stati ospitati da alcune famiglie del posto che hanno messo a disposizione le loro semplici ma dignitose case (a Srebrenica le case sono poche e per la maggior parte malmesse). Appena scesi dal pullman ci ha accolti Hasan, la nostra guida-testimone. Sua moglie insieme ad altre donne avevano preparato per noi dei cibi, molto buoni e dopo la cena abbiamo conosciuto una donna eccezionale! Majka Hatidža Mehmedović coordinatrice delle mamme-vedove che hanno perso i loro cari durante la guerra. L’accoglienza e le parole dei nostri ospiti, in particolare di Hasan e di Hatidza sono andate dritte nel nostro cuore, tanto da farci venire in mente una frase del racconto dei discepoli di Emmaus: “Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi…” Hatidža ci ha parlato della sua esperienza di guerra e della difficoltà di recuperare le salme del marito e dei figli perché i corpi seppelliti dapprima in fosse comuni, sono stati riesumati, fatti a pezzi e distribuiti in altre fosse comuni per cercare di eliminare le prove del genocidio. Il giorno seguente abbiamo visitato la fabbrica che durante la guerra fu utilizzata come base dell’Onu, luogo in cui uomini, donne e bambini credevano di trovare rifugio, ma così non fu. Le truppe serbe entrarono nella zona protetta guidate da Ratko Mladić e si fecero consegnare dai caschi blu dell’ Onu i rifugiati. Le vittime furono ufficialmente 8.372, oltre 6mila sono state identificate grazie al test del dna. Migliaia di altre salme esumate dalle fosse comuni attendono ancora di essere identificate. Hasan, la nostra guida, insieme ad altre persone preferirono non entrare nella zona protetta dall’Onu, ma scelsero di scappare attraverso i boschi cercando di raggiungere la città di Tuzla protetta dall’esercito Bosniaco. La loro fuga per la sopravvivenza durò sei giorni…

Insieme ai nostri testimoni abbiamo visitato il memoriale di Potocari dove sono sepolte le vittime del massacro (quasi tutte mussulmane). Dopo esserci soffermati sulle tombe dei propri cari, Hasan e Hatidža ci hanno invitato a pregare presso la lapide dell’unico cattolico sepolto in quel cimitero. Questa semplice richiesta ci è sembrata un grande gesto di apertura, di rispetto e di volontà di dialogo.

Ci siamo poi diretti verso Sarajevo dove abbiamo ascoltato altre testimonianze di persone impegnate nel costruire un futuro di convivenza e solidarietà.

Di Sarajevo ci ha colpito la sua vitalità e la stretta convivenza di culture e religioni diverse che si può notare proprio dalla struttura stessa della città. Moschea, chiese, sinagoga infatti sono le une a pochi metri dalle altre.

Di ritorno dal nostro viaggio abbiamo visitato il memoriale di Jasenovac, luogo del campo di concentramento dove durante la seconda guerra mondiale furono sterminati circa sessantamila serbi.

Quest’ultima tappa del pellegrinaggio ci ha fatto riflettere sul dolore che anche i serbi hanno provato in passato.

Ancora oggi nei luoghi che abbiamo visitato esistono molte tensioni fra le popolazioni, ma ciò che ci fa sperare in un futuro di convivenza pacifica è la presenza di tutte le persone che abbiamo incontrato.

In particolare vediamo la volontà concreta di ricercare la pace nonostante tutto, che traspare dai racconti di Hatidža, dal modo in cui sta reagendo alle provocazioni dei criminali di guerra ancora in libertà e dalle sue parole :“anche se il mio dolore è grande per la perdita di mio marito e dei miei figli non vorrei mai che una mamma serba provasse la mia stessa sofferenza”.

Mentre in Hasan, e nel suo lavoro di interprete e testimone-guida vediamo la volontà di informare in modo alternativo, finalizzato non al semplice ricordo ma a una memoria che cerca di creare le basi per un futuro di convivenza e di rispetto delle diversità.

E come la vita dei discepoli di Emmaus, si è trasformata dopo l’incontro con Gesù, anche noi con il cuore ardente ci sentiamo trasformati da questo viaggio e vogliamo invitare tutti a visitare Srebrenica e Sarajevo per non dimenticare, perché la storia siamo noi, perchè siamo noi insieme ad Hasan, Hatidža, Daniele, Don Simo e….. che facciamo la storia…che costruiamo la pace.

Flavia e Massimo

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