commento al Vangelo della domenica dalla riflessione condivisa di Casa Milaico

IL VANGELO CI DICE...

DOMENICA DEL CORPO E DEL SANGUE DEL SIGNORE

 

Gv 6, 51-58
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù disse alla folla: 
«Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Allora i Giudei si misero a discutere aspramente fra loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 
Gesù disse loro: «In verità, in verità io vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».

 

Riflessione:

 

“Io sono il pane vivo disceso dal cielo” afferma Gesù, un pane buono, ancora fresco di forno, che ristora e dà forza per il cammino. Quando però aggiunge che questo pane in realtà è la sua carne e che egli la offrirà per la vita del mondo, i giudei rimangono perplessi e si mettono a discutere: “come può darci la sua carne da mangiare?” A noi verrebbe subito da commentare: “ecco, non credono al messaggio di Gesù!” Eppure non è questa la reazione più normale di fronte ad un’affermazione così sconvolgente? Gesù sa usare espressioni criptiche, quasi scandalose perché non vuole tanto rassicurare e confortare, quanto smuovere i suoi ascoltatori, vuole far sì che si pongano domande di fronte al suo messaggio e, soprattutto, che si lascino provocare e mettere in cammino da esso. Gesù fa appello ai bisogni più elementari e costitutivi dell’uomo: la fame e la sete, per dirci che tutto ciò che in noi è umano, concreto, fatto di materia può condurci nella giusta direzione. A volte la spiritualità ha creduto di poter fare a meno del corpo o l’ha addirittura negato, mentre qui Gesù afferma con forza che il corpo è buono, è bello, è la via attraverso cui poter incontrare Dio e i fratelli. Nella sua vita Gesù ha avuto un rapporto libero e riconciliato con il corpo, non ha avuto paura di incontrare le persone: uomini, donne, giovani, anziani, malati, né di lasciarsi toccare da chi lo avvicinava o di accarezzare e curare le ferite, con una limpidezza e trasparenza che ha sempre lasciato liberi i suoi interlocutori. Qual è, allora, il significato del farsi mangiare e bere? Non capita a volte di sentir dire: “ti voglio talmente bene che ti mangerei”? La comunione con Dio a cui Gesù ci conduce è talmente concreta e profonda che ci fa diventare parte uno dell’Altro. Quando nell’Eucarestia ci nutriamo di Gesù, ma anche quando “mangiamo” la sua Parola e soprattutto quando la realizziamo nella nostra vita, ci lasciamo cambiare dalla forza di questo Amore grande. L’effetto provocato dal mangiare e dal bere è dato dal termine che ricorre più frequentemente nel Vangelo di questa domenica: “vita”. Quando ci nutriamo di Gesù diventiamo capaci di vivere realmente e non soltanto di sopravvivere, siamo chiamati a non lasciarci semplicemente trasportare dagli eventi, ma a lottare per rendere concreti i nostri sogni e, soprattutto, per amare e lasciarci amare con tutto noi stessi. Questo non significa che non ci saranno più debolezze, difficoltà, problemi, ma che nulla e nessuno potrà impedirci di vivere con passione, con semplicità, con quella forza che deriva dal pane vivo disceso dal cielo.

 

DOMENICA DI PENTECOSTE ANNO A (dom 4 giugno 2017)

Gv 20, 19-23

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!».

Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati»

 

Il brano di questa domenica di Pentecoste è relativamente breve, ma denso di significati e simboli non sempre facilmente comprensibili; i temi principali sono individuabili nel DONO dello SPIRITO SANTO e nel MANDATO, ma chi è questo Spirito così misterioso e, soprattutto, cosa si è inviati a fare, da parte di Gesù? L'evento, arricchito da alcuni particolari che ne delineano l’ambientazione (dove, come, quando), rende partecipi di un incontro, di un momento di gioia in cui Gesù si rende presente personalmente, tanto presente da mostrare i segni della Passione. Le sue parole, ripetute due volte: “Pace a voi”, suonano come un “siate sereni, sono e sarò sempre con voi”: tramite il dono e la presenza dello Spirito Santo sarà il Signore stesso ad accompagnare e guidare i discepoli, che stanno dando inizio alla Chiesa, nelle scelte che si troveranno ad affrontare. Il soffio ricorda la brezza leggera che sul monte Oreb rivelava al profeta Elia la presenza di Dio. La prima esperienza che i discepoli fanno del Signore risorto è dunque costituita dal dono della Pace: è un senso di riconciliazione con se stessi e con il mondo, che infonde coraggio e forza. Questo “stare bene” con il Signore e con gli altri, però, non può essere tenuto per se stessi: appena i discepoli ricevono la Pace, infatti, sono chiamati a portarla al mondo. La sintesi dell'essere cristiani potrebbe essere individuata proprio nel ricevere in dono la comunione con Dio, con se stessi e con gli altri e nell' incamminarsi per le strade del mondo per annunciarla a tutti. Appena i discepoli spalancano le porte del cenacolo e si dirigono agli ebrei radunati in Gerusalemme per la festa delle Settimane, come narra la prima lettura di questa domenica, sperimentano uno dei doni più strabilianti dello Spirito: parlano lingue nuove e riescono a farsi capire da gente proveniente dagli angoli più lontani del mondo allora conosciuto. Questo prodigio è molto significativo per il tempo attuale: il mondo globalizzato mette in contatto persone di provenienza e cultura diverse ed è così difficile capirsi, entrare nel mondo dell'altro, accorgersi dei suoi bisogni e delle sue  risorse! Se si riesce a percepirsi non tanto come in balia di un mondo frammentato e difficile, ma come inviati da Gesù proprio in quel contesto concreto in cui siamo chiamati a vivere, diverrà più affascinante lasciarsi travolgere dalla forza dello Spirito che rende capaci di farsi capire, di perdonarsi a vicenda secondo il comandamento di Gesù e di lasciar perdere i muri e le diffidenze, per costruire un mondo più fraterno.

 

 

DOMENICA DELL’ASCENSIONE DEL SIGNORE (28 maggio 2017) Anno A

 

Mt 28,16-20

 

In quel tempo, gli undici discepoli andarono in Galilea, sul monte che Gesù aveva loro indicato.
Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono. Gesù si avvicinò e disse loro: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo».

 

 

Riflessione

 

La pagina del Vangelo di questa domenica dell’Ascensione del Signore, secondo Matteo, è l’epilogo, non solo della narrazione delle apparizioni di Gesù risorto, ma di tutto il Vangelo, ovvero ci offre una visione sintetica. L’Evangelista Matteo ha saputo, in poche righe, riprendere i temi sviluppati in tutto il libro e fonderli sinteticamente in due temi fondamentali: la figura di Cristo e l’esperienza ecclesiale dei discepoli.

Gesù quando trova gli undici sul monte in Galilea, dichiara: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra”. Questa formula evoca le figure del ‘Figlio dell’uomo’ del libro di Daniele e del Messia associato alla gloria di Dio come Figlio e Signore. Infatti, in Dan 7,14, in una visione, il profeta aveva contemplato un Figlio dell'uomo che sulle nubi del cielo andava verso il trono di Dio e riceveva da lui ogni potere. Questo si realizza ora con la glorificazione di Gesù. A lui viene dato ogni potere non soltanto in terra, ma anche in cielo,  non c'è nulla che possa sottrarsi al suo potere. Gesù è il figlio, al quale è dato tutto ciò che è il Padre: ha il suo stesso potere che consiste nella capacità di instaurare il suo regno e di portare la salvezza a tutta l’umanità. La pienezza di questo potere è sottolineata dall’espressione “in cielo e sulla terra”, che indica i due estremi che racchiudono ogni realtà creata.

È dunque in forza di tale potere che Gesù manda gli apostoli in missione presso tutte le nazioni: “Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato”. I discepoli vengono inviati in missione: la prima cosa che Gesù comanda è quella di “andare”, “di uscire”, di mettersi in movimento. Tutto questo ci fa pensare all’invito di Papa Francesco ad “uscire”, ad avere una Chiesa- movimento cioè in uscita.

Si tratta di uscire per andare in tutte le nazioni con delle attività specifiche: “fare discepole” tutte le genti. Sono inviati a rendere tutti gli uomini discepoli dell’unico maestro. Matteo sottolinea il discepolato, che ora, dopo la risurrezione di Gesù, deve essere esteso a tutti; Matteo non pensa a una cristianizzazione in massa dei gentili, che d’altronde era inconcepibile nella sua situazione storica, ma alla formazione di comunità in cui i gentili diventino, con e allo stesso modo dei giudei, discepoli di Gesù. Questi gentili, poiché diventati anch’ essi discepoli, dovranno essere battezzati. Infine gli Undici, come conseguenza del fatto di aver acquisito nuovi discepoli, ricevono il compito di insegnare loro a osservare tutto ciò che Gesù ha ordinato.

L'ultima frase di Gesù è la più confortante per noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine del mondo”. Trattasi di una promessa: di essere con la comunità dei discepoli. Di non abbandonarli ma di accompagnarli. Gesù conclude con la promessa chi racchiudi il suo nome “Emmanuele” cioè Dio con noi, con il quale l’Angelo aveva annunziato all’inizio del Vangelo di Matteo (1,23). Gesù, l’Emmanuele, accompagna ogni uomo in ogni situazione. Con queste parole Gesù conclude la sua vita terrena e dà inizio alla vita della Chiesa, nella quale è presente.

 

 

VI DOMENICA DI PASQUA anno A (21 maggio 2017)

 

 

Gv 14, 15-21

 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».

 

 

Riflessione

Nel brano del Vangelo, tratto dalla prima parte del discorso di addio in Giovanni (Gv 13,31-14,31), Gesù fa un collegamento tematico tra “amare Lui, accogliere e osservare i suoi comandamenti”  e la presenza perenne dello Spirito Santo nella vita dei discepoli. Gesù all'inizio del nostro brano evangelico afferma: “Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed Egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”; alla fine del brano Gesù continua dicendo: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama”. Così dicendo, Gesù insiste molto sulla relazione tra l'accoglienza e l’osservanza dei Suoi comandamenti e l'amore per Lui. È vero infatti che l'amore autentico non è soltanto affettivo, fatto solo di sentimenti, ma effettivo, fatto di atti generosi. Si tratta dunque di un amore operoso e concreto, di un amore vero, che non è un sentimento vago od emotivo, ma di un amore che si concretizza, che si realizza, che è caratterizzato dall’osservanza e dall’obbedienza.

Nel nostro caso questi atti consistono nell'osservare i comandamenti di Gesù che sono comandamenti di amore generoso. Quando si ama veramente una persona, si ama il suo bene e si vuole fare ciò che ella desidera. Altrimenti  non è vero amore, ma è soltanto una ricerca di soddisfazione sentimentale. L'amore è invece una realtà molto più profonda di una semplice soddisfazione sentimentale: è il dono di se stesso all'altro, e questo si fa con atti che corrispondano ai desideri della persona amata. Se amiamo Gesù dobbiamo desiderare di farGli piacere, di onorarLo con la nostra vita, osservando i Suoi comandamenti. Vediamo che Gesù non fa un atto d’ imposizione a nessuno e neanche una ingiunzione, ma piuttosto una constatazione in forma condizionale: se uno mi ama, allora osserverà.   

Gesù parla e dice  “i miei comandamenti” , “delle mie parole” non tanto perché dettati da Lui, ma perché da Lui vissuti. Non si tratta di osservare i dieci comandamenti, ma la Sua vita! “Se mi ami, osservi la mia vita. Se mi ami, diventi come me!”. Amare trasforma: uno diventa ciò che ama, le passioni modificano la vita. Se ami Cristo, Lo prendi come misura alta del vivere, per acquisire quel Suo sapore di libertà, di mitezza, di pace, di nemici perdonati, di tavole imbandite, di piccoli abbracciati, di relazioni buone che sono la bellezza del vivere. Solo così possiamo unirci in Lui ed abitare in Lui.

Se la nostra vita è vissuta nell’osservanza della Parola di Gesù, nell’identificazione con la Sua vita, allora Gesù chiederà che il Padre mandi “ un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”. Il dono dello Spirito Santo è dunque la conseguenza dell’amore e dell’obbedienza a Gesù. Questo Paràclito ha la missione di rimanere con noi per sempre e di metterci in comunione con il Dio autentico e in comunione con Gesù; il Paraclito ha un’altra missione: dare la possibilità di capire ed annunciare la Parola. È dunque questo Spirito Santo che accompagna la comunità dei discepoli nella loro missione evangelizzatrice.

Casa Milaico

 

 

IV DOMENICA DI PASQUA   Anno A (7 maggio 2017)

 

 

Gv 10, 1-10

Dal Vangelo secondo Giovanni


In quel tempo, Gesù disse: «In verità, in verità io vi dico: chi non entra nel recinto delle pecore dalla porta, ma vi sale da un'altra parte, è un ladro e un brigante. Chi invece entra dalla porta, è pastore delle pecore. Il guardiano gli apre e le pecore ascoltano la sua voce: egli chiama le sue pecore, ciascuna per nome, e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti a esse, e le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce. Un estraneo invece non lo seguiranno, ma fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei». Gesù disse loro questa similitudine, ma essi non capirono di che cosa parlava. Allora Gesù disse loro di nuovo: «In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti coloro che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo. Il ladro non viene se non per rubare, uccidere e distruggere; io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

 

Riflessione:

 

Accostarsi a questa pericope evangelica ci permette di conoscere Gesù, partendo proprio da quello che dice lui di se stesso: Egli è il pastore, la porta, è colui che porta la vita e la salvezza per tutti gli uomini. Ci permette di vivere ciò a cui, come Diocesi, ci siamo impegnati, leggendo “il Vangelo nelle Case”, per “conoscere Gesù” come ha ben sottolineato il nostro padre Monsignor Gardin.

Oltre a riflettere su questa affermazione di Gesù, soffermiamoci ora sul binomio ascoltare – chiamare per sottolineare la dinamica vocazionale  e la nostra relazione vitale con Gesù.

La chiamata: Gesù afferma che il pastore “chiama le sue pecore, ciascuna per nome”. È lui che chiama, è lui che ha l’iniziativa della chiamata; ogni pecora è chiamata individualmente cioè per nome e questa chiamata va di pari passo con l’appartenenza al pastore poiché già in Is 43,1 il Signore aveva affermato “non temere nulla perché io ti ho riscattato; io ti chiamo con il tuo nome, tu mi appartieni”. Il chiamato appartiene a colui che chiama. È bello sapere che Gesù ci chiama per nome perché è consapevole della nostra dignità e della nostra unica personalità e dobbiamo vivere la nostra vocazione secondo la nostra dignità e personalità. Siamo dunque invitati ad ascoltare, Egli afferma che “le pecore ascoltano la sua voce”.

L’ascolto: è impressionante sentire come Gesù parla. Egli non usa un imperativo, cioè non dice “pecore mie, ascoltate” ma usa l’indicativo: “le mie pecore ascoltano la mia voce”. Le pecore ascoltano fiduciosamente e rivelano che “conoscono la voce” di chi le chiama; rivelano  una relazione vitale con la voce. Gesù nei versetti 14-15 afferma “conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me”. C’è un ascolto amante e fiducioso che suscita reciprocità di conoscenza: “conosco e conoscono me”. Per poter entrare ed essere accolto ci vuole la fiducia reciproca. Siamo dunque invitati ad avere un ascolto attivo: attivo, nel senso di colui che cerca continuamente la voce della sua guida, di chi si fida ciecamente poiché a lui affida totalmente ogni sua necessità.

Sequela: “Il pastore chiama le sue pecore e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce”.  Poiché hanno avuto un ascolto attivo, cioè l’ascolto di chi è pronto a seguire i consigli di Colui di cui si sono fidati e di Colui con il quale hanno un rapporto esistenziale. Non si tratta di una cieca sottomissione, ma proprio perché capaci di vedere la verità che abita in Colui che chiama e con cui hanno una relazione vitale, perché per ognuna Egli “conosce me ed io Lo conosco”. È lui che mi conduce fuori e cammina davanti a me. Io seguo Gesù perché è guida alla vita, è Lui che conduce e che spinge fuori il gregge. Spinge i suoi fedeli fuori da una situazione di stallo, alla quale è fin troppo facile rassegnarsi. Egli “cammina davanti” alle pecore, si pone alla loro testa e ardimentosamente le guida dentro la realtà della storia, ove esse trovano per sé e apportano agli altri la “vita”. Come aveva fatto il Dio dell’esodo con il suo antico popolo, che precedeva con una colonna di nube e di fuoco e così lo guidava verso la terra della libertà e della salvezza, altrettanto fa il pastore del Vangelo. “Egli vuole il suo popolo non nel riposo, ma in cammino, in esodo. Gesù è il pastore che trascina in avanti il suo popolo, verso il dono di sé e verso l’attesa di coloro che non lo conoscono ancora”. (Canalis)

Siamo chiamati ad essere un popolo in cammino, come sottolinea l’inno del coro Tatanzambe: “Dio ci ha chiamati, per andare nel mondo… siamo partiti con un cuore profondo, colmo di amore per la missione… Siamo tornati più ricchi con una nuova canzone… Siamo note in cammino verso nostro Signore. Abbiamo il cuore nel mondo, siamo note in viaggio verso una nuova missione, nei cuori delle persone”.

 

 

 

III DOMENICA DI PASQUA (30 aprile 2017) i discepoli di Emmaus  Lc 24,13-35

 

 

In quel medesimo giorno, due dei discepoli si trovavano in cammino verso un villaggio, detto Emmaus, distante circa sette miglia da Gerusalemme, e discorrevano fra loro di tutto quello che era accaduto. Mentre discorrevano e discutevano, Gesù si avvicinò e si mise a camminare con loro. Ma i loro occhi erano impediti dal riconoscerlo. Ed egli disse loro: «Che discorsi sono questi che vi scambiate l'un l'altro, cammin facendo?». Si fermarono, tristi. Uno di loro, di nome Cleopa, gli disse: «Tu solo sei così straniero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Il caso di Gesù, il Nazareno, che era un profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; come i gran sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per essere condannato a morte e lo hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui quello che avrebbe liberato Israele. Ma siamo già al terzo giorno da quando sono accaduti questi fatti. Tuttavia alcune donne tra noi ci hanno sconvolti. Esse si sono recate di buon mattino al sepolcro, ma non hanno trovato il suo corpo. Sono tornate a dirci di aver avuto una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato tutto come avevano detto le donne, ma lui non l'hanno visto». Allora egli disse loro: «O stolti e tardi di cuore a credere a quello che hanno detto i profeti! Non doveva forse il Cristo patire tutto questo ed entrare nella sua gloria?». E cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro quanto lo riguardava in tutte le Scritture. Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece finta di proseguire. Ma essi lo costrinsero a fermarsi, dicendo: «Resta con noi, perché si fa sera ed il sole ormai tramonta». Egli entrò per rimanere con loro. Or avvenne che mentre si trovava a tavola con loro prese il pane, pronunciò la benedizione, lo spezzò e lo distribuì loro. Allora si aprirono i loro occhi e lo riconobbero. Ma egli disparve ai loro sguardi. Si dissero allora l'un l'altro: «Non ardeva forse il nostro cuore quando egli, lungo la via, ci parlava e ci spiegava le Scritture?». Quindi si alzarono e ritornarono subito a Gerusalemme, dove trovarono gli Undici riuniti e quelli che erano con loro. Costoro dicevano: «Il Signore è veramente risorto ed è apparso a Simone». Ed essi raccontarono ciò che era accaduto lungo il cammino e come l'avevano riconosciuto allo spezzare del pane.

 

COMMENTO

 

Il Vangelo di oggi è uno splendido racconto in cui l'evangelista Luca mette in gioco le sue abilità narrative per far gustare ai lettori l'incontro con Gesù da parte di due discepoli delusi per il crollo delle loro speranze con la morte in croce del loro maestro. Lo scopo di questo racconto, però, non consiste soltanto nel dilettare con una bella narrazione, ma nel far comprendere ai discepoli di allora e di sempre che quell'esperienza di incontro e di “resurrezione”, non facile, non immediata, ma portatrice di grande gioia, è possibile per chiunque sappia aprire gli occhi a Gesù che si fa prossimo nella vita di ciascuno.

I due discepoli non erano rimasti con gli altri nel cenacolo, ma si erano messi in cammino verso la cittadina di Emmaus: in qualche modo avevano trovato una loro via per reagire allo smacco subito rimettendosi in marcia e discutendo l'un con l'altro di ciò che era accaduto e, probabilmente, di ciò che questo significava per ciascuno di loro. Gesù si avvicina, ma non viene riconosciuto e questo suscita un problema: se era proprio lui, in carne ed ossa, come mai non era riconoscibile? La causa andava cercata nel suo essere lo stesso, ma in qualche modo anche diverso o nel fatto che i due non avrebbero nemmeno lontanamente immaginato di poter incontrare Gesù vivo? Una possibile risposta si può trovare nell'ambivalenza della relazione con il maestro da parte dei primi discepoli (ed anche dei successivi): da un lato c'è la fede nel fatto che Gesù sia risorto e in qualche modo presente nella vita della comunità, dall'altro il desiderio di incontrarlo, vederlo e ascoltarlo, di sentirlo vicino non viene mai completamente esaudito. Questo Gesù che diventa così fondamentale per la nostra vita rimane tuttavia inafferrabile, a volte nascosto, altre volte percepito con grande intensità.

Dopo averlo riconosciuto nello spezzare il pane i discepoli si interrogano: “non ci ardeva forse il cuore lungo il cammino, mentre ci spiegava le Scritture? In realtà il termine greco dice: dienoighen, cioè: mentre “apriva a noi le Scritture”. Non si tratta di ricevere spiegazioni, quanto di accogliere un libro che viene aperto, sia in senso letterale, ma soprattutto nel senso dell'apertura del suo significato, del suo valore per la vita dei discepoli, della sua capacità di far ardere i cuori. A noi è dunque aperta una via, quella delle Scritture, lette ed interpretate nella comunità; essa ci permette di incontrare concretamente, intellettualmente e perfino emotivamente Gesù e ci aiuta a transitare da un “si fermarono tristi”, al rimettersi subito in cammino, pieni di gioia, per annunciare un incontro davvero speciale.

 

 

 

 II domenica tempo di Pasqua (23 aprile 2017)

 

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

 

Il racconto di questa domenica conclude gli otto giorni in cui abbiamo ascoltato le narrazioni della manifestazione di Gesù ai suoi discepoli, una settimana che è come la dilatazione dell'unico giorno di Pasqua, con l'obiettivo di permettere alla sua forza vivificante di raggiungere i nostri cuori e le nostre menti.

Quando Gesù si rese presente ai suoi discepoli, essi avevano ancora la morte nel cuore: la crocifissione in realtà aveva ucciso anche loro, insieme ai loro sogni, alle loro speranze, alla loro voglia di futuro. In quest'atmosfera lugubre fatta di paura dei Giudei, di chiusura ermetica in una stanza, di solitudine rispetto al mondo, arriva Gesù con una parola che spalanca i cuori: “pace a voi!” Si tratta del consueto saluto ebraico: “Shalom” che è un po' come dire “Ciao”, ma che racchiude un significato molto più ampio: è un augurio di pace, di benessere, di felicità, è quasi una benedizione. Al sentire la voce di Gesù e al vederlo i discepoli si “rallegrarono” cioè passarono dalla tristezza alla gioia più autentica. Questo percorso può realizzarsi anche in noi, quando ci lasciamo raggiungere dalla forza della resurrezione: le nostre preoccupazioni, le ferite, le malattie, le incomprensioni forse non spariranno all'improvviso, ma potranno essere viste da una prospettiva radicalmente diversa, potranno essere pervase da quella promessa di felicità che si avvera, o si avvererà, nonostante tutto ciò che tenta di soffocarla, perché la violenza, l'odio, persino la morte non sono riuscite ad imbrigliare la forza dell'amore di Gesù per i suoi discepoli e per ogni uomo e ogni  donna.

Tommaso non era presente quando Gesù si era manifestato ai discepoli e protestò la sua incredulità: voleva poter incontrare personalmente quel Gesù con cui aveva camminato lungo le strade della Galilea e della Giudea, desiderava vederlo in faccia e parlargli per poter credere che fosse stato resuscitato. Lungo i secoli alcuni hanno visto Tommaso sotto una luce critica, come colui che non crede alla testimonianza degli altri apostoli, altri l'hanno considerato invece in chiave positiva prendendolo ad esempio di chi ha una sete ardente di incontrare Gesù. Forse Tommaso è un po' tutto questo, da un lato porta con sé la nostra fatica a credere che le realtà di delusione, di sofferenza, di angoscia possano essere superate, dall'altro incarna quel desiderio di cui il mondo ha tanto bisogno, quella voglia di incontrare Gesù, di ascoltare la sua Parola, di lasciarsi raggiungere da lui; desiderio che può passare anche attraverso la protesta contro Dio, persino attraverso la sua negazione, la quale a volte nasconde il grande desiderio che questo Dio invece esista, sia presente e agisca.

Il passaggio dalla morte alla gioia, però, non può fermarsi in chi lo vive, non può concludersi in un grande sollievo, ma se vuole essere autentico, deve mettersi in strada, rispondendo al comando di Gesù: come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi!

 

DOMENICA DELLA PALME (9 aprile2017) Anno A

 

Mt 26,14-27,66

 

La narrazione della Passione secondo Matteo intende mettere in evidenza il compimento delle Scritture, cioè presentare l' intero avvenimento della Passione  come realizzazione delle profezie vetero-testamentarie.  Il continuo riferimento alla Scrittura non è soltanto per esplicitare la portata misteriosa del soffrire e morire di Gesù, ma anche e soprattutto affermare che in Gesù si attuano un piano e una volontà divina. In quest’ ottica, la Passione non ha niente di accidentale, ogni minimo particolare è stato previsto e rientra nel disegno di Dio per la salvezza del mondo.

Sebbene si compissero in Gesù un piano e una volontà divina manifestati attraverso le Parole della Bibbia, per Matteo,  Gesù va incontro alla sua passione e morte con piena coscienza di causa e in totale libertà:  così infatti dice ai discepoli: “uno di voi mi tradirà”; a Pietro: “mi rinnegherai tre volte” “Ecco, colui che mi tradisce si avvicina”... “Padre, non come voglio io, ma come vuoi tu”... La libertà di Gesù è la sua stessa obbedienza filiale  al Padre. Niente, nemmeno il dolore e la morte, possono contrastare e bloccare la libertà-obbedienza di Gesù, il quale non trae argomento dal dolore e dalla morte per contestare o negare la bontà e l'assoluta affidabilità del Padre celeste.

È in quest’ ottica di compimento delle Scritture che si può capire il  titolo con il quale è interpellato e riconosciuto Gesù: “Figlio di Dio”.

“Figlio di Dio”: questo è il titolo che Matteo, nella  sua narrazione, ricorda più volte (27, 40.43.54). Matteo, infatti, sottolinea che la passione di Gesù è la passione del “Figlio di Dio”. Colui che soffre e muore è l'innocente Figlio di Dio fatto uomo. Egli soffre e muore  non per propri peccati, non per una volontà vendicativa di Dio, ma per la sua libera e amante solidarietà con l'umanità peccatrice.

Il Figlio di Dio, si è messo dalla nostra parte di peccatori, prendendo su di sé il peso dell' ingiustizia, della violenza, della cattiveria umana, fino a morire inchiodato a una croce. Per questo motivo il suo martirio è pegno di guarigione per gli altri. È questo il “Figlio di Dio” chi si è fatto servo povero e sofferente di cui ci parla Isaia. È colui che ha presentato “il dorso ai flagellatori, la guancia a coloro che gli strappavano la barba (…); la faccia agli insulti e agli sputi” (Is 50, 5,7); è colui che attraverso la sua fedeltà pur nella condizione umiliata e dolorosa sarà costituito da Dio e riconosciuto come Signore e Giudice universale.

La passione e morte di Gesù, che dobbiamo leggere e meditare in questi giorni, è un cammino di libertà amante di Gesù obbediente al Padre, ma sempre nella solidarietà con l'uomo peccatore. Essa ci rivela l'amore di Gesù verso l'umanità peccatrice. Seguendo l’ esempio di Gesù, noi dobbiamo essere capaci di spogliazione e di sacrificio per amore degli altri. Dobbiamo donarci. Un donarci che comporta sempre la capacità di prescindere da noi stessi e rinunciare in un certo qual modo alle sicurezze a cui siamo affezionati senza risentirne. Anche noi sulla scia del Figlio di Dio, servo sofferente per l'umanità, non possiamo esimerci dal sacrificio che va  accettato con risolutezza e fiducia quando questo si imponga nelle svariate esperienze del dolore o della rinuncia e da interpretare come attiva partecipazione al carattere espiativo della croce di Cristo.

 

 

V DOMENICA DI QUARESIMA ( 2 aprile 2017)  Anno A

 

Gv 11, 1-45

 

In quel tempo, le sorelle di Lazzaro mandarono a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: «Andiamo di nuovo in Giudea!».
Quando Gesù arrivò, trovò Lazzaro che già da quattro giorni era nel sepolcro. Marta, come udì che veniva Gesù, gli andò incontro; Maria invece stava seduta in casa. Marta disse a Gesù: «Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto! Ma anche ora so che qualunque cosa tu chiederai a Dio, Dio te la concederà». Gesù le disse: «Tuo fratello risorgerà». Gli rispose Marta: «So che risorgerà nella risurrezione dell’ultimo giorno». Gesù le disse: «Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morirà in eterno. Credi questo?». Gli rispose: «Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo».
Gesù si commosse profondamente e, molto turbato, domandò: «Dove lo avete posto?». Gli dissero: «Signore, vieni a vedere!». Gesù scoppiò in pianto. Dissero allora i Giudei: «Guarda come lo amava!». Ma alcuni di loro dissero: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?».
Allora Gesù, ancora una volta commosso profondamente, si recò al sepolcro: era una grotta e contro di essa era posta una pietra. Disse Gesù: «Togliete la pietra!». Gli rispose Marta, la sorella del morto: «Signore, manda già cattivo odore: è lì da quattro giorni». Le disse Gesù: «Non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?». Tolsero dunque la pietra. Gesù allora alzò gli occhi e disse: «Padre, ti rendo grazie perché mi hai ascoltato. Io sapevo che mi dai sempre ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato». Detto questo, gridò a gran voce: «Lazzaro, vieni fuori!». Il morto uscì, i piedi e le mani legati con bende, e il viso avvolto da un sudario. Gesù disse loro: «Liberàtelo e lasciàtelo andare».
Molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che egli aveva compiuto, credettero in lui.

 

 

Il racconto evangelico odierno inizia con una presentazione del tutto nuova in san Giovanni: l’ammalato ha un nome, si chiama Lazzaro; si trova all’ interno di un contesto familiare e in una località ben precisa, Betània, sulla strada che da Gerico sale alla città santa; i personaggi godono tra di loro un affetto reciproco e il trio familiare – Marta, Maria e Lazzaro - gode dell’affetto di Gesù: “Gesù voleva molto bene a Marta, a sua sorella e a Lazzaro” (11,5). Siamo infatti nella casa di una famiglia ricca di affetto ove, in situazione di crisi come lo è la malattia di Lazzaro e poi la sua conseguente morte, le due sorelle occupano un ruolo importantissimo: sono intermediarie tra Gesù e Lazzaro.

Lazzaro ha un nome promettente: il suo significato è "Dio aiuta". Nella narrazione, Lazzaro è un infermo che riassume in sé tutte le infermità, poi un morto che suscita delle reazioni sia da parte delle sue sorelle, sia da parte di Gesù, il quale davanti all'infermità e la morte di Lazzaro  presenta un comportamento paradossale e sconcertante: in un primo momento dice che “l'infermità di Lazzaro non è per la morte, ma per la gloria di Dio” cioè questa infermità, trattandosi di uno che ha dato la sua adesione a Gesù, che vive nella comunità di Gesù, non ha come termine la morte perché l'incontro con Gesù cambia la situazione e il futuro dell'uomo;  in un secondo momento dice che “Lazzaro è morto, e mi rallegro per voi di non essere stato lì..”. Così Gesù mostra che la morte non è definitiva, come aveva già mostrato con la metafora del sonno “Lazzaro si è addormentato, ma vado a destarlo”(v.11); il paradosso morte-gioia annuncia la vittoria della vita; davanti a tale evidenza, i discepoli giungeranno a credere. Infine Gesù decide di andare “su, andiamo da lui”(v.15). Gesù parla di Lazzaro come se fosse vivo (su, andiamo da lui). Non si propone di andare a consolare le sorelle, ma di andare a incontrarsi con Lazzaro stesso. Quando Gesù arriva a Betania il suo amico Lazzaro è morto e sono passati ormai quattro giorni dalla morte. “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” così comincia il dialogo stupendo con Marta dove  Gesù cercherà di suscitare in lei quella fede nel mistero della sua identità divina, necessaria per ottenere il miracolo della risurrezione del fratello. Infatti, si nota nel corso del dialogo, un succedersi di atti di fede (“So bene che risusciterà”) fino alla confessione suprema “sì, Signore, io credo fermamente che tu sei il Messia”. La professione di Marta viene dopo la grande rivelazione di Gesù “Io sono la risurrezione e la vita ; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, anche se muore, vivrà”.

Non c'è dubbio che il punto più svettante del dialogo tra Gesù e Marta, e soprattutto di questa pericope, sia la testimonianza che Gesù rende a se stesso  “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me, non morrà in eterno”. Davanti a Marta Gesù si rivela e si presenta come il segno della speranza, il dominatore del futuro e  come il solo capace di garantire la vita e l'eternità. Marta immagina però una risurrezione lontana: “So bene che risusciterà nella risurrezione dell'ultimo giorno”. Così credono i farisei, Gesù invece ridona speranza,  indicandole che Egli è la risurrezione “Io sono la risurrezione e la vita”. Gesù non viene a prolungare la vita fisica che l'uomo possiede; non è un medico; viene a comunicare la vita che egli stesso possiede e della quale dispone (5,26). Questa vita, che è la sua e che egli dà, annulla la morte nell'uomo che la   riceve.

 “Lazzaro, vieni fuori!”. La voce possente di Gesù grida “Lazzaro, vieni fuori” infatti Lazzaro è colui che da “quattro giorni” giace nel sepolcro. “Lazzaro, vieni fuori” è la voce di colui che è il Signore della vita, e vuole che tutti "l'abbiano in abbondanza" (Gv 10,10). Il miracolo è così grande per manifestare tutta la potenza di Gesù e lo scopo della sua venuta tra noi: Gesù è venuto per dare la vita, per vincere ogni morte, per offrire all'uomo la possibilità di una continua risurrezione. Qui c'è il  messaggio: in Gesù si esprime la forza di Dio che vince anche la morte. La comunità può contare su Colui che è la via della vita. Basta affidarsi al Dio di Gesù per superare le forze della morte.

Gesù continua a dire “Amico, vieni fuori”: siamo invitati a “venire fuori”, a liberarci dai nostri peccati, a camminare verso la terra della libertà  a partire dal nostro cuore che è sempre imprigionato da una rete di idoli. Questo è il cammino vero della conversione che dobbiamo fare: uscir fuori dalla tomba dei nostri peccati affinché possiamo camminare, spezzando le bende dei nostri difetti, delle nostre cattive tendenze, dei nostri vizi.

 

 

III DOMENICA DI QUARESIMA (19/03/2017)

 

Vangelo Gv 4,5-37

 

Giunse pertanto ad una città della Samaria chiamata Sicàr, vicina al terreno che Giacobbe aveva dato a Giuseppe suo figlio:  qui c'era il pozzo di Giacobbe. Gesù dunque, stanco del viaggio, sedeva presso il pozzo. Era verso mezzogiorno. Arrivò intanto una donna di Samaria ad attingere acqua. Le disse Gesù: «Dammi da bere».  I suoi discepoli infatti erano andati in città a far provvista di cibi. Ma la Samaritana gli disse: «Come mai tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?». I Giudei infatti non mantengono buone relazioni con i Samaritani. Gesù le rispose: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: "Dammi da bere!", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Gli disse la donna: «Signore, tu non hai un mezzo per attingere e il pozzo è profondo; da dove hai dunque quest'acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede questo pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo gregge?». Rispose Gesù: «Chiunque beve di quest'acqua avrà di nuovo sete; ma chi beve dell'acqua che io gli darò, non avrà mai più sete, anzi, l'acqua che io gli darò diventerà in lui sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore, gli disse la donna, dammi di quest'acqua, perché non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». Le disse: «Va' a chiamare tuo marito e poi ritorna qui». Rispose la donna: «Non ho marito». Le disse Gesù: «Hai detto bene "non ho marito"; infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero». Gli replicò la donna: «Signore, vedo che tu sei un profeta. I nostri padri hanno adorato Dio sopra questo monte e voi dite che è Gerusalemme il luogo in cui bisogna adorare».Gesù le dice: «Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai Giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità». Gli rispose la donna: «So che deve venire il Messia (cioè il Cristo): quando egli verrà, ci annunzierà ogni cosa». Le disse Gesù: «Sono io, che ti parlo».
In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: «Che desideri?», o: «Perché parli con lei?». La donna intanto lasciò la brocca, andò in città e disse alla gente: «Venite a vedere un uomo che mi ha detto tutto quello che ho fatto. Che sia forse il Messia?». Uscirono allora dalla città e andavano da lui.
Intanto i discepoli lo pregavano: «Rabbì, mangia». Ma egli rispose: «Ho da mangiare un cibo che voi non conoscete». E i discepoli si domandavano l'un l'altro: «Qualcuno forse gli ha portato da mangiare?». Gesù disse loro: «Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato e compiere la sua opera. Non dite voi: Ci sono ancora quattro mesi e poi viene la mietitura? Ecco, io vi dico: Levate i vostri occhi e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura. E chi miete riceve salario e raccoglie frutto per la vita eterna, perché ne goda insieme chi semina e chi miete. Qui infatti si realizza il detto: uno semina e uno miete.
 

 

Dalla terza alla quinta domenica di Quaresima, la Liturgia ci invita a riflettere sul mistero della nostra salvezza attraverso i simboli dell’acqua (terza), della luce (quarta), della resurrezione e della vita (quinta). È una simbologia che serve non soltanto da catechesi ai catecumeni che si preparano al Battesimo nel giorno di Pasqua, ma che può essere di aiuto anche per noi oggi a scoprire Gesù come fonte unica di salvezza. Noi desideriamo piuttosto sottolineare l’itinerario di fede della donna, che diviene poi una missionaria e la capacità di rompere barriere per iniziare una relazione profonda nella nostra società.

L'episodio evangelico di Gv 4,5-42: l’incontro tra Gesù e la donna samaritana, avviene in un luogo preciso: il pozzo che si trova a Sicar, una delle città della Samaria. Un lettore attento della Bibbia, non si sorprende che quest’incontro avvenga presso un pozzo poiché, nella tradizione veterotestamentaria, il pozzo è infatti il luogo degli incontri, degli appuntamenti, soprattutto amorosi, chi segnano la storia d’amore tra Dio e il suo popolo. È accanto a questo pozzo che la samaritana inizia il suo itinerario di fede adulta che la porta ad essere anche lei missionaria di Gesù. Un itinerario che inizia con una richiesta di acqua da parte di Gesù: «Dammi da bere».(4,7) .  Si avvia allora un attento dialogo che si muove dalla strategica sete naturale – quella di Gesù - alla sete latente di Dio – quella della donna samaritana; dall'acqua naturale all'esperienza di Dio in Gesù Cristo. Tramite questo dialogo, l'evangelista ha voluto   provocare l'interesse per Gesù, la scoperta della sua persona e l'adesione di fede in Lui. Infatti, dopo un chiarimento da parte di Gesù, la donna samaritana chiede: “Signore, dammi quest'acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua”. Nel suo lento itinerario alla fede, la donna samaritana scopre che Gesù ha il nome di Dio: “sono io” (4,26) e si fa immediatamente una missionaria: lascia la sua anfora, la  sicurezza con cui prende l’acqua e ritorna in città ad invitare la gente. Una testimonianza credibile che fa sì che dalla città escano e vadano da Gesù .

Il secondo aspetto da sottolineare è la relazione che nasce tra Gesù e la donna. Da una richiesta, inizia una relazione tra due persone: un uomo giudeo ed una donna samaritana. Gesù, stanco del viaggio e assetato, siede e si immobilizza presso il pozzo. Appare una donna appartenente a una razza eretica, quindi maledetta ai suoi tempi e per di più una donna notoriamente peccatrice. Era samaritana. Si trovano dunque due personaggi separati da tutto: l’origine, la geografia, il sesso e la religione come  farà notare la stessa donna samaritana al v. 9: “come mai tu, che sei giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna samaritana?”.  Così, con una domanda semplicissima “dammi da bere”,  Gesù rompe una serie di barriere e crea comunicazione/relazione tra sé e quella donna: Gesù infrange le  barriere. Lui non si cura di questa situazione assai densa di pre-incompressioni e di pregiudizi, ma va oltre perché desidera ardentemente entrare in relazione con questa donna per darle una vita rinnovata. Infatti, al v. 28 questa donna, con una vita rinnovata, lascia la sua anfora e va ad annunziare Gesù.

Siamo richiamati ad agire come Cristo, bisogna andare oltre alle diverse barriere, soprattutto in questo periodo storico in cui sia la  società, sia la chiesa sono preoccupate per  l’arrivo massivo delle persone di un’altra etnia, di un’ altra religione, di un’ altra origine: del diverso tout court. Come Gesù, il Maestro, infrangiamo le barriere per essere in comunicazione e relazione con l’altro.

 

 

II DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A (12/03/2017)

 

Vangelo  Mt 17, 1-9

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed ecco apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui. 
Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Signore, è bello per noi essere qui! Se vuoi, farò qui tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Egli stava ancora parlando, quando una nube luminosa li coprì con la sua ombra. Ed ecco una voce dalla nube che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo». 
All’udire ciò, i discepoli caddero con la faccia a terra e furono presi da grande timore. Ma Gesù si avvicinò, li toccò e disse: «Alzatevi e non temete». Alzando gli occhi non videro nessuno, se non Gesù solo.
Mentre scendevano dal monte, Gesù ordinò loro: «Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti».

 

 

Commento

 

L’episodio della Trasfigurazione è un avvenimento glorioso e, come tale, chiaramente contrapposto all'episodio oscuro della tentazione nel deserto (Vangelo della prima domenica di Quaresima). Contrapposizione molto significativa, perché mette in risalto, fin dall'inizio della Quaresima, i due aspetti inscindibili del mistero pasquale – tenebre e luce,  morte e vita – che già emergono, dall'interno dei due fatti stessi della tentazione e della trasfigurazione: Gesù è tentato, ma vince; Gesù si trasfigura, ma non senza far balenare, sullo sfondo, la Sua passione e morte.

L’evangelista ci invita a fare un pellegrinaggio con Gesù,  non  nel deserto, ma  sul monte Tabor per farci vivere un mistero glorioso di cui abbiamo sempre bisogno: la trasfigurazione. Gesù infatti, dopo avere annunciato la sua passione e prima che essa avvenga, prese con sé tre dei suoi discepoli per fortificare la loro fede e il loro coraggio. Gesù li prese "in disparte", in un luogo solitario, in un ambiente di ritiro e di preghiera, come per dire che la rivelazione divina è atto d'amore e, come tale, esige raccoglimento e intimità.  È per loro tre ed in luogo solitario che avvenne la trasfigurazione: “il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce”.

In questa narrazione però il punto culminante del racconto non è rappresentato dallo splendore abbagliante del volto e delle vesti di Cristo, ma dal risuonare della voce “Questi è il Figlio mio, l'amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo”. Il protagonista supremo della Storia della salvezza, il "Padre e Signore del cielo e della terra" come lo chiama il Figlio stesso (Mt 11,25), rompe di nuovo il silenzio e si fa sentire con forza. Sul Tabor Dio Padre "non solo conferma l'attestazione del Giordano: “Questi è il mio Figlio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto” (Mt 3,17), ma aggiunge perentoriamente: “Ascoltatelo!” (Mt 17,5). Siamo nel cuore del Mistero dove si trova una amalgama di tre citazione della Scrittura (Sl 2,7; Gn 22,2; Is 42,1). Questo intervento di Dio Padre segna il vertice della teofania del Tabor e dell'intero Vangelo di Matteo (SCHNIEWIND) e ci consegna una missione: ascoltare Suo Figlio. L’esperienza del Tabor vuole insegnarci che il discepolo non è l'uomo delle visioni, ma dell'ascolto. Non si tratta di vedere e toccare il Signore ma   fondamentale è ascoltare la Sua voce, prendere sul serio il Suo messaggio, lasciarsi mettere in gioco. Chi vuole vivere secondo la volontà di Dio, deve seguire Gesù, deve ascoltarlo, accoglierne le parole e, con l'aiuto dello Spirito Santo, approfondirle. Solo così è possibile trovare la perfetta rivelazione della volontà di Dio. 

Siamo invitati dunque ad essere in “disparte”con Gesù, in intimità, in famiglia affinché Gesù si possa manifestare. Essendo in famiglia, una voce ci farà la presentazione: “questi è il figlio mio l’amato” e ci affiderà una missione: “ascoltatelo”. Come ascoltare Gesù in una “civiltà del rumore”, una società ove le immagini, i rumori, le  occupazioni, i contatti, le impressioni  ci sovrastano ? Come ascoltare Gesù in una società dove i rumori si sono impadroniti  delle nostre case, delle nostre menti e dei nostri cuori? Gesù ci invita prima e anzitutto a ritirarci e  a metterci in disparte.

 

È bella la proposta del nostro vescovo: “Il Vangelo nelle Case”. Infatti, in questo momento  particolare della nostra chiesa diocesana, siamo invitati a trovarci in disparte, in famiglia per ascoltare la persona di Gesù a partire del suo Vangelo: siamo invitati a leggere “il Vangelo nelle Case”, ad ascoltare Gesù nel nostro focolare. Si tratta anzitutto di saper  ascoltare la Sua Parola (Mt 17,5) e di affidarsi ad essa, come Abramo si fidò della Promessa di Dio (Gn 12,4), al di là di ogni ragionevole calcolo umano. L'ascolto della Sua Parola, attraverso la lettura e la meditazione del Suo Vangelo, oltre a chiamarci, ci trasforma e ci trasfigura in Cristo così che possiamo impegnarci nel compimento della nostra vocazione di battezzati... (J. Madurga)

 

 

 

I DOMENICA DI QUARESIMA (5/03/2017)
 

Mt 4, 1-11

In quel tempo, Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane». Ma egli rispose: «Sta scritto: "Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio"».
Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù; sta scritto infatti: "Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo ed essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra"». Gesù gli rispose: «Sta scritto anche: "Non metterai alla prova il Signore Dio tuo"».
Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: «Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai». Allora Gesù gli rispose: «Vàttene, satana! Sta scritto infatti: "Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto"».
Allora il diavolo lo lasciò, ed ecco degli angeli gli si avvicinarono e lo servivano.

 

 

 

Commento

In questo brano evangelico Matteo presenta, in una bellissima narrazione, un resoconto accurato delle tre tentazioni di Gesù nel deserto. Due personaggi attivi: uno gentile e coraggioso – Gesù – e l'altro orgoglioso, cattivo e ingannatore – il diavolo. Il diavolo Inizia la lotta con tre proposte che verranno successivamente respinte da Gesù:

Nella prima tentazione, il diavolo dice: “Se sei figlio di Dio, dì a questi sassi che diventino pane”. Gesù respinge l'invito, la prospettiva di vivere nell'abbondanza, nella ricchezza illusoria creata dai beni materiali e sceglie come sua guida e nutrimento la Parola di Dio: “Sta scritto: Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio . Egli intende vivere la sua missione nell'ascolto obbediente del Padre. Sa che non c'è da affannarsi - lo dirà in seguito - su cosa mangeremo, perché il Padre tutte queste cose le dà in abbondanza (Mt 6, 25-34). Perciò Gesù si affida alla parola che esce dalla bocca di Dio che manifesta la sua volontà, che è garanzia della sua protezione divina. Gesù non usa a proprio vantaggio i benefici, ma usa tutte le capacità a vantaggio degli altri. Questa “parola di Dio” è la ferma fiducia nella bontà divina. Per Gesù il suo cibo sarà fare la volontà del Padre.

Nella seconda, il diavolo conduce Gesù nella città santa, lo depone sul pinnacolo del tempio e gli propone, citando un salmo (91,11-12), di lanciarsi dalla punta più elevata del tempio. Questa tentazione sembra ricalcare l'attesa che il popolo israelita aveva delle opere prestigiose del Messia. Infatti, la tradizione religiosa diceva: quando il Messia apparirà, lo si vedrà improvvisamente sul pinnacolo del tempio, cioè ci sarà un intervento straordinario da parte di Dio. Questa tendenza si manifesta anche nei discepoli che invocano il fuoco sulle città inospitali (Lc 9,56) e dei nemici che lo invitano a scendere dalla croce per dimostrare di esser figlio di Dio (Mt 27, 49). Gesù sceglie di fidarsi di Dio senza metterlo alla prova, ma sperando in lui anche contro ogni speranza: “Non tentare il Signore Dio Tuo”. L'affidamento al Padre è totale. Il rifiuto di Gesù di tentare Dio è basato sulla sua assoluta confidenza in lui. Gesù ha la certezza che Dio è sempre dalla sua parte. E pretendere un intervento immediato significa dubitare della provvidenza ordinaria, della stessa potenza e bontà divina. Chi tenta Dio, non ha fede o ha una fede vacillante e per questo si appella ai continui miracoli.

In fine, “il diavolo lo condusse con sé sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo con la loro gloria e disse: Tutte queste cose io ti darò, se, prostrandoti, mi adorerai”. Anche questa tentazione riflette la religione ebraica nella quale il re messianico avrebbe esteso il suo dominio da un'estremità all'altra della terra. Il Sl 2,8 dice al suo Messia: “Ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro di ferro, come vasi di argilla le frantumerai”.. Cosi Il messianismo regale era interpretato come affermazione e rivendicazione nazionale (egemonia di Israele sugli altri popoli e assoggettamento di tutte le genti al suo dominio) più che in senso salvifico di promozione ed elevazione di tutti gli uomini. Per questo il diavolo invita Gesù a dominare le nazioni e, addirittura, a spezzarle con scettro di ferro e frantumarle come vasi di argilla. Gesù si sbarazza di questa logica: le sue ultime parole, quando inviterà ai suoi discepoli ad andare in tutto il mondo, non sarà per dominarlo, ma per mettersi al suo servizio: “Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre....” (Mt 28,18-19). Gesù regge alla sfida con fermezza e crescente forza, fino a quel “Vattene, satana! Sta scritto: adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto”. Gesù si rifiuta di adorare il potere e si rimette al Dio che lui ha conosciuto, al Padre che lo ha investito con il suo Spirito nel battesimo. Gesù sceglie di adorare e servire il Signore.

 

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  • Lunedì 12: riunione per tutti gli animatori dei gruppi giovani ore 21.00

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    martedì 13: preghiera comunitaria ore 21.00
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    venerdì 16: riunione gruppo laici ore 21.00

    sabato 17: GEM

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    domenica 18: gruppi 3 media e superiori ( fate sapere a noi o agli animatori chi ci sarà per poter organizzare la cena. Come al solito noi prepariamo la pasta, chi lo desidera può portare qualcosa di secondo o un dolce )